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martedì 10 febbraio 2009

CRISI ECONOMICA – PRIME RIFLESSIONI

E dopo la crisi finanziaria è arrivata nel “BelPaese” anche la crisi economica, o quella “reale” come buona parte degli insiders amano definire l’economia industriale.
E mentre la prima è giunta alla ribalta dell’opinione pubblica nell’autunno del 2008, la seconda si è manifestata con l’anno nuovo.
Ma se la prima ha bruciato, nel solo 2008, il 46% del valore dei titoli quotati alla Borsa di Milano (record mondiale di perdita registrata nell’anno solare, in contrasto con le rassicurazioni di molti politici bipartisan sulla tenuta del nostro sistema finanziario) e un ulteriore 9% nel solo mese di gennaio 2009 e dunque attraversa un grave e perdurante stato di allarme, la seconda inizia solo adesso a esplicitare i primi disagi economici e sociali.
E così non stupiamoci se molti di noi non hanno ancora cambiato le proprie abitudini; la crisi arriverà presto e devasterà le classi deboli e medie del nostro Paese, porterà disoccupazione, tensioni sociali e generazionali, alimenterà chiusure territoriali.
Questa crisi sarà forse una grande opportunità esclusivamente per le classi “agiate”, che troveranno nei prossimi mesi enormi e fruttuose opportunità d’investimento.
Andando in giro per la ricca Brianza e avendo la fortuna di poter quotidianamente tastare il polso all’imprenditore locale, ne esco con un quadro drammatico e seriamente preoccupante.
Dubito che questo Paese tornerà più quello di prima.
Sarà certamente più povero, speriamo almeno che diventi un po’ più giusto e responsabile.
Non sono solito, almeno quando scrivo, utilizzare aggettivi iperbolici, ma l’eccezionalità dell’evento che stiamo vivendo e la mia giovane età non mi permettono di esprimermi diversamente.
Leggo i dati consuntivi della produzione nazionale di gennaio e mi vengono i brividi, sento gli imprenditori delle piccole e medie imprese e all’unisono mi parlano di “crisi di liquidità” e di “crollo degli ordini”.
Certo, qualcuno potrà correttamente obiettare che alcuni problemi della nostra classe imprenditoriale hanno natura strutturale, ossia nascono da lontano.
E’ vero, l’impresa italiana è generalmente sottocapitalizzata, con un livello medio di istruzione del gruppo dirigente inferiore alla media europea, soffre di nanismo e di familismo (due caratteristiche di per sé non negative, ma che creano inefficienze in alcuni settori economici e nei casi in cui si limitano modelli alternativi quali il merito e la managerialità di chi occupa posizioni apicali all’interno dell’azienda).
Ascoltando le parole degli ultimi premi nobel dell’economia, capisco che la crisi oltre ad essere grave è globale e peggio ancora, è destinata a durare almeno un biennio (ma nessuno forse sa veramente quando finirà).
Sono personalmente a conoscenza della seria preoccupazione di un noto top manager di una delle nostre più importanti banche nazionali.
Il quadro è così riassumibile ed è valido per buona parte dei nostri istituti di credito (con la positiva eccezione delle banche cooperative, per precisi divieti statutari): i bilanci bancari sono “inquinati” da attivi ipervalutati, i “derivati” in particolare, strumenti finanziari complessi che le banche hanno offerto un po’ a tutti in questi ultimi anni (imprese, associazioni, amministrazioni comunali, provinciali e regionali, partiti); occorrerebbe svalutarli, ma di quanto non è dato sapere, poiché una buona parte di essi darà effetti in futuro; nel frattempo il livello di capitalizzazione delle banche crolla e i conseguenti aumenti di capitale, a sostegno dell’equilibrio patrimoniale, faticano a trovare collocazione sul mercato. Nessun investitore privato acquista oggi in borsa pacchetti azionari di banche, lo fanno per motivi evidenti gli investitori istituzionali (altre banche) ma è il gatto che si mangia la coda, oppure alla peggio arrivano in soccorso gli speculatori, i cui interessi storicamente raramente coincidono con quelli degli istituti.
Le banche in questo modo sono deboli, aspettano ad utilizzare gli aiuti di Stato (cosiddetti Tremonti – bond) perché temono riflessi negativi in Borsa e restringono pesantemente l’accesso al credito, linfa vitale per le imprese.
Le quali, le meno organizzate in particolare, subiscono inermi la caduta di fatturato e la contrazione creditizia, tardano i pagamenti a favore dei fornitori, generando così una spirale che inghiotte tutti, anche i soggetti economici virtuosi.
E la politica cosa fa?
Il panorama internazionale ci offre dichiarazioni condivisibili ma un po’ banali, così riassumibili: “…più morale, più trasparenza, più regole comuni, più economia reale…”.
Guardando in concreto i primi provvedimenti globali (Usa e UE in particolare), vedo interventi specifici in alcuni settori, attenzione al mantenimento dei livelli di occupazione, ma noto ancora difficoltà nel coordinare temporalmente le azioni dei singoli governi, nell’indirizzare la crisi verso settori economici anticiclici (infrastrutture ed energie alternative), ma soprattutto sento soffiare i venti forti del protezionismo.
Lo ha già fatto Putin nel 2008 con effetti drammatici (crollo del settore edilizio e chiusura della borsa), lo ha promesso Obama in campagna elettorale (“buy american”), lo hanno dichiarato esplicitamente Sarkozy e Merkel all’indomani degli aiuti di stato al settore dell’automotive.
Speriamo non sia così, speriamo che i buoni propositi enunciati nella conferenza internazionale di Davos (Svizzera), non restino solo sulla carta, ma si traducano in interventi concreti.
La storia, come sempre peraltro, ce lo ricorda.
Nel 1929, l’economia capitalistica attraversava una fase di pesante recessione, che tuttavia non impediva di intravvedere segnali di ripresa a medio termine.
Fu in quel preciso momento che l’allora Presidente degli Stati Uniti d’America, Herbert Hoover, appoggiò al Senato una significativa manovra economica protezionistica, con l’innalzamento di dazi all’importazione di buona parte dei prodotti che giungevano dai mercati europei ed asiatici.
Fu l’inizio della fine, alla recessione subentrò la depressione che condusse il Paese a cinque anni di povertà, con milioni di persone disoccupate, con crescenti tensioni sociali ben presto (queste sì) esportate in Europa e che hanno condotto quest’ultima verso nuovi modelli di governance di tipo totalitaristico.
Probabilmente oggi sono cambiate molte condizioni ambientali che impediranno il formarsi di nuovi fenomeni distruttivi, ma è comunque indubbio che una politica protezionistica, tanto più in un mondo ormai globalizzato, allunga i tempi di un fenomeno di crisi e ritarda la ripresa.
In generale ho maturato la convinzione che la politica non può risolvere la crisi, non per sua incapacità, ma per l’impossibilità di governare tutte le complesse dinamiche di un sistema capitalistico moderno.
Può però indirizzarla, e allora occorrerebbe innanzitutto tutelare la forza lavoro, senza distinzioni e privilegi di sorta (raccomandazione che vale soprattutto per noi in Italia), nell’osservanza del patto generazionale e al fine di garantire dignità morale a ciascun cittadino. Occorrerebbe poi agevolare l’economia (in tutti i suoi settori, senza distorsioni) verso la costruzione di un mondo se possibile migliore e più giusto, attraverso la realizzazione di valori che guardino anche ai mercati più poveri e nel rispetto del contesto ambientale in cui viviamo.
Pochi interventi ma risoluti, coordinati, sobri, tenuto conto del modello economico liberale e capitalistico che con tanta fatica abbiamo creato nel secolo scorso e che, allo stato attuale, si è comunque rivelato come l’unico realmente sostenibile.

Lissone, 09.02.2009

mercoledì 19 novembre 2008

E ADESSO QUALE ECONOMIA ?

L’economia ritorna al futuro.

Si potrebbe sintetizzare con questa frase il probabile scenario che interesserà il mondo economico nei prossimi anni, tenuto conto della recente crisi finanziaria. Certo è sicuramente presto per trarre conclusioni alla luce dell’attuale contesto economico internazionale: la crisi della finanza non è ancora terminata, tutte le principali Borse europee, asiatiche e americane proseguono la loro frenetica corsa al ribasso, i segni di recessione economica sono già evidenti nei cali dei consumi dei cittadini europei ed americani, alcune imprese industriali, le più indebitate e le meno competitive, sono già sull’orlo di una bancarotta, e la crisi economica raggiungerà probabilmente il suo apice nei primi mesi del 2009.
Paradossalmente però, è proprio nei momenti di crisi che è possibile ottimizzare il business plan di un’economia nel medio-lungo termine, attraverso gli investimenti e concentrando risorse (quelle disponibili) verso gli assets immateriali della propria attività: marchio, ricerca e sviluppo, marketing, riposizionamento sul mercato, implementazione di nuova tecnologia. Con l’obiettivo di essere i primi a ripartire al termine della tempesta.
Per fare ciò, o meglio, per aiutare le imprese italiane a rendere possibile un secondo “vero” miracolo, occorrerebbe definire quanto prima a livello nazionale:
  • un nuovo assetto contrattuale che leghi il salario alla produttività, e che introduca nel mondo del lavoro quegli strumenti di flessibilità che tanto invidiamo agli Stati Uniti;
  • un deciso intervento sul piano delle infrastrutture, completando e se possibile implementando quei collegamenti stradali e ferroviari, soprattutto nel Nord Italia – vero locomotore del sistema Paese – ad oggi ancora nella fase progettuale;
  • la liberalizzazione dei servizi, soprattutto in quei settori dove vige scarsa competitività e dove i prezzi sfuggono alla legge della domanda-offerta e assomigliano sempre più ad una sorta di dazio interno;
  • la semplificazione degli adempimenti burocratico-amministrativi: aprire oggi un’impresa in Italia richiede molto più tempo che in qualsiasi altro Paese industrializzato;
  • un ulteriore alleggerimento del carico fiscale pendente su imprese e lavoratori, per facilitare la ripresa della domanda interna, senza la quale un Paese non cresce.
Occorre poi riscrivere le regole del mercato, non solo quello finanziario come si legge o si sente dire da più parti negli ultimi tempi, ma anche quello industriale. Abbiamo cavalcato la globalizzazione, con i suoi effetti positivi ma anche con quelli negativi (es. la crisi dei subprime prima e dei derivati poi, la delocalizzazione della produzione industriale, la problematica ambientale), senza aver definito regole e obblighi comuni.
Non si tratta di imporre nuovi dazi o barriere doganali, come sciaguratamente suggerito dal nostro Ministro dell’Economia Giulio Tremonti in alcuni suoi recenti interventi pubblici: ricordo che è stato proprio il protezionismo americano la principale causa della prolungata crisi recessiva del 1929. Sappiamo che ormai dobbiamo confrontarci con un mercato più ampio rispetto al passato, con nuove economie competitive (il cosidetto “BRIC”: Brasile, Russia, India e Cina, ma non solo), ma occorrono nuove regole che non possono e non devono essere scritte a livello di singoli Stati, ma richiedono un coinvolgimento internazionale. Occorre istituire un nuovo organismo, sull’esempio del prossimo G20 in programma per il mese di novembre a Washington, incaricato di riscrivere le regole in gioco, di applicarle alle singole economie, di verificarne l’efficacia nel tempo e di monitorarne l’attuazione anche con interventi di carattere sanzionatorio.

E’ quindi probabile, se non addirittura auspicabile, il ritorno a fare industria. Nel senso che l’attività manifatturiera deve tornare a rioccupare una posizione di assoluta centralità nell’economia mondiale, a discapito, si badi bene, non della leva finanziaria nel suo complesso – fonte indispensabile al sostegno del ciclo produttivo – ma della finanza cosidetta “creativa”. L’industria che si riprende la leadership non è e non può più essere quella del ventesimo secolo. Il settore ha vissuto processi di trasformazione strutturali, basti vedere l’evoluzione del mercato internazionale degli ultimi trent’anni, il primato del valore aggiunto quale fonte di massimizzazione del profitto, il ridimensionamento delle nostre imprese, sempre più di medie-piccole dimensioni a discapito delle grandi imprese di inizio novecento.

Solo così, a mio modesto parere, sarà possibile rilanciare un Sistema Paese da troppo tempo immobile, incapace di reagire al suo declino, stretto sul suo passato di grande paese industrializzato.
Solo così sarà possibile rilanciare politiche di sostegno per le classi più disagiate, ridare fiducia ad un ceto medio impaurito, e offrire speranza e fiducia ai giovani che entrano nel mondo del lavoro.